بسم الله الرحمان الرحيم
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“La spada sguainata contro chi insulti Allah (SWT), la Religione o il Messaggero”
dello shaykh Abu Muhammad Al-Maqdisî.
Sappi che colui che insulta Allah (SWT) o la Religione o il Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam) è un miscredente apostata, sia che abbia fatto ciò per divertirsi o seriamente; e che abbia considerato ciò lecito oppure no, ed è la stessa cosa se abbia agito così in stato di collera o tranquillamente. E il suo sangue così come i suoi beni sono leciti, che sia di origine musulmana o che si tratti di un dhimmi o di una persona sotto protezione (contrattuale), uomo o donna che sia.
E le prove di ciò sono numerose, elenchiamo le seguenti:
Prima prova:
La Sua Parola (SubhanaHu waTa’ala):
Coloro che offendono Allah e il Suo Messaggero sono maledetti da Allah in questa vita e nell’altra: (Allah) ha preparato per loro un castigo avvilente (Corano XXXIII. Al-Ahzâb, 57)
1) Ciò che prova la miscredenza dell’oltraggiatore nel versetto precedente è:
- che sono maledetti dall’Altissimo “in questa vita e nell’altra”.
Ora, la maledizione significa la privazione della Misericordia, e colui che Allah (SWT) ha bandito dalla Sua Misericordia nel mondo di quaggiù e nell’aldilà non può essere altro che miscredente. E ciò a differenza della maledizione lanciata dal Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) o dai credenti come forma di invocazione contro qualcuno nel mondo di quaggiù, come per esempio negli ahadîth:
“Che Allah maledica colui che si nutre si usura e colui che la paghi” e “Che Allah maledica il ladro”
- che Egli (SubhanaHu waTa’ala) ha menzionato “un castigo avvilente”, e la menzione del castigo avvilente nel Sublime Corano non evoca altro che la sorte dei miscredenti.
Allah (SWT) dice:
...Abbiamo preparato un castigo avvilente per i miscredenti (Corano IV. An-Nisâ’, 37)
e dice (SWT):
I miscredenti avranno un castigo avvilente (Corano II. Al-Baqara, 90)
In quanto ai non-miscredenti tra i credenti peccatori, Egli (Gloria a Lui, l’Altissimo) non menziona come (loro) destino il castigo “avvilente” (al-muhîn), ma “enorme” (al-’azîm) ed altri termini (simili), e ciò perché Egli (SWT) dice:
E chi sarà avvilito da Allah non sarà onorato da nessuno (Corano XXII. Al-Hajj, 18)
e l’avvilimento significa l’umiliazione e la degradazione e il disonore… Ed Egli (SWT) è suscettibile di aumentare il castigo che non spetta ad altri che al miscredente; in quanto al credente peccatore, egli è castigato ma non avvilito.
- che il castigo avvilente è stato loro accuratamente preparato. Ora, il castigo è stato accuratamente preparato per i miscredenti, poiché l’inferno è stato creato come loro rifugio, non potranno scamparne e non ne usciranno. Allah (SWT) dice:
E temete il Fuoco che è stato preparato per i miscredenti (Corano III. Âl-’Imrân, 131)
In quanto ai peccatori tra i credenti, è possibile che essi non vi entrino se Allah (SWT) li perdoni. E se vi entrino, ne usciranno dopo un certo tempo per il loro Tawhîd e il loro Islâm.
Ecco (la prova) per ciò che concerne la miscredenza dell’insultatore.
2) In quanto all’indicazione del versetto sul fatto di uccidere (il colpevole), possiamo elencare:
- L’hadîth del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) così come riportato da Bukhârî (che Allah abbia misericordia di lui) e altri:
“Chi si occuperà di Ka’ab ibnu-l-Ashraf? Ha offeso Allah e il Suo Profeta!”
E questo Ka’ab era un giudeo sotto contratto[1], poi aveva iniziato ad insultare i musulmani e la loro religione. Allora il Profeta (s) incaricò qualcuno di ucciderlo. Ed egli (sallAllahu ‘alayhi waSallam) considerò l’insulto di costui come un’offesa contro Allah (SWT) e il Suo Profeta (s). Così, dichiarò lecita l’esecuzione del miscredente sotto protezione contrattuale nel caso in cui questi insulti Allah (SWT) o il Suo Profeta (s) o la Religione dei Musulmani. Dunque ciò è ancor più valido nel caso in cui il miscredente (insultatore) non sia sotto protezione contrattuale, poiché il dhimmi o colui che sia protetto da un accordo (contratto) hanno dei diritti che non appartengono ad altri tra i miscredenti. E se la sicurezza e l’immunità del miscredente sotto contratto sono annullate dall’insulto o dall’ingiuria della Religione dell’Islâm, allora allo stesso modo sono annullate la sicurezza e l’immunità del musulmano che si renda colpevole di insulto o ingiuria della Religione dei Musulmani.
- che “sono maledetti da Allah in questa vita e nell’altra”
Ora, Egli (SWT) dice a proposito dei maledetti:
Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte (Corano XXXIII. Al-Ahzâb, 61)
Egli (SWT) ci insegna dunque che la loro esecuzione è permessa (tale è la spiegazione fornita da Ibn Taymiyyah (che Allah abbia Misericordia di lui) nell’opera “as-sarm al-maslûl ‘ala shatm ar-Rasûl” – La Spada che taglia il collo a colui che insulti il Messaggero (s))
Seconda prova:
La Parola di Allah (SWT):
O credenti, non alzate la vostra voce al di sopra di quella del Profeta, e non alzate con lui la voce come l’alzate quando parlate tra voi, ché rischiereste di rendere vane le opere vostre a vostra insaputa (Corano XLIX. Al-Hujurat, 2)
Ossia: avvertimento contro il fatto di rendere vane le vostre opere o preoccupazione per la loro invalidazione, cioè il fatto di mostrarsi sprezzante annulla le vostre azioni.
L’indicazione che l’insultatore è miscredente in questo versetto è che il fatto di vedersi rendere vane tutte le opere è una particolarità dei miscredenti. Allah (SWT) dice:
E chi di voi rinnegherà la fede e morirà nella miscredenza, ecco chi avrà fallito in questa vita e nell’altra… (Corano II Al-Baqara, 217)
Ed Egli (SWT) dice:
…Se attribuirai associati (ad Allah), saranno vane le opere tue… (Corano, XXXIX. Az-Zumar, 65), all’opposto dell’annullamento di un atto d’adorazione preciso, che può essere stabilito a causa dell’assenza di una condizione (di validità) o altro.
Dunque, se il fatto di alzare la voce al di sopra della voce del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), senza cattiva intenzione né sentimento faceva temere ai Sahabah (che Allah si compiaccia di loro) che tale azione rendesse vane le loro opere, e non fosse quindi altro che un annullativo tra gli annullativi dell’Islâm, che cosa dire del fatto di insultare il Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam) o di insultare la Religione di Allah (SubhanaHu waTa’ala) o di insultare Allah stesso (Gloria a Lui, l’Altissimo!) in malfede con convinzione e con forza? Non vi è dubbio che il colpevole di una tale azione veda le sue opere annullarsi ad un livello ancora maggiore; che egli sia un miscredente apostata se era d’origine musulmana, e che venga rotto il suo contratto e il suo statuto di dhimmi – e conseguentemente venga annullata l’immunità concernente il suo sangue e i suoi beni – se era un “protetto contrattualmente” o un dhimmi.
L’Imâm ‘Abdullah Ibn Ahmad ibn Hanbal disse:
“Ho interrogato mio padre a proposito di un uomo (in collera) che dice ad un altro: “Oh figlio del Tale e della Tale! Tu e Colui che ti ha creato!…”. Egli mi rispose: “Costui ha apostatato dall’Islâm”. Gli domandai: “Bisogna tagliargli la testa?”, rispose: “Sì, bisogna tagliargli la testa” (Massa’il al-Imâm Ahmad, pag. 431)”
Terza prova:
La Parola di Allah (SubhanaHu waTa’ala):
Se li interpellassi ti direbbero: “Erano solo chiacchiere e scherzi!”. Di’: “Volete schernire Allah, i Suoi segni e il Suo Messaggero?”. Non cercate scuse, siete diventati miscredenti dopo aver creduto; se perdoneremo alcuni di voi, altri ne castigheremo, poiché veramente sono stati empi! (Corano IX. At-Tawba, 65-66)
Questa è una indicazione del fatto che schernire Allah (SWT) o qualche elemento della Religione, o il Messaggero (s) è una miscredenza e un’apostasia dopo la fede. Dunque il fatto di insultare è ancora peggiore, che ciò sia fatto scherzando o seriamente. E questo versetto fu rivelato a proposito di un gruppo di persone che stavano tornando dal Jihâd insieme al Profeta (s), e cominciarono a scherzare tra loro sui Sahabah (r). Quando il versetto fu rivelato, si scusarono dicendo: “Non facevamo altro che raccontare storielle per passare il tempo!”, in altri termini: Non facevamo altro che scherzare e giocare e non avevamo l’intenzione di scivolare nella miscredenza, non pensavamo (veramente) quello che stavamo dicendo.
E Allah (Gloria a Lui l’Altissimo) non risponde loro “Mentite, invece pensavate (veramente) quello che avete detto”, ma dice (SubhanaHu waTa’ala):
Non cercate scuse, siete diventati miscredenti dopo aver creduto
Sottintendendo: “…mediante questo comportamento, seppure non l’abbiate tenuto per i’tiqâd (non vi abbiate prestato fede)”. E in ciò vi è un’indicazione del fatto che colui che insulti Allah (SWT) o la Religione o il Messaggero (s) è un miscredente, che abbia agito così per giocare o seriamente, sia che si rendesse conto della gravità dell’insulto oppure no.
E vi è in ciò una refutazione degli appartenenti alla (setta dei) murji’a, che pensano che la miscredenza non si manifesti se non nella fede (i’tiqâd) o nel fatto di considerare legale la cosa (vietata) (istihlal), o nel rinnegamento, ecc.
E se si domandasse: “Perché il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) non li ha fatti giustiziare nel momento in cui sono divenuti miscredenti e hanno apostatato, pronunciando quelle parole?”
Rispondiamo: lo shaykh al-Islâm ibn Taymiyyah (che Allah abbia misericordia di lui) ha spiegato la ragione di questo comportamento, e possiamo riassumerla così: essi si sono trincerati dietro il pentimento, come è riportato nelle cause della Rivelazione, e ciò risulta evidente nelle Sue Parole (SWT):
se perdoneremo alcuni di voi, altri ne castigheremo, poiché veramente sono stati empi!
Dunque, colui che si sia pentito di un pentimento sincero, Allah (SWT) gli avrà perdonato, e colui che si sia pentito ipocritamente, per timore dell’applicazione del castigo, sarà stato protetto da ciò nel mondo di quaggiù – e unicamente nel mondo di quaggiù – in quanto al Giorno del Giudizio, il suo destino sarà il destino degli ipocriti.
E questa è la ragione per cui il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) li ha lasciati stare e non li ha giustiziati tutti… E questa è anche l’opinione sostenuta dall’Imâm Ibn Hazm (che Allah abbia misericordia di lui) (vedi al-Muhalla 207/11).
Quarta prova:
(come già menzionata) la storia dell’ebreo Ka’ab ibnu-l-Ashraf, a cui il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) aveva fatto promettere di non aiutare i miscredenti contro di lui e di non combatterlo… Quando insultò il Profeta (s) orrendamente, il Messaggero di Allah (s) disse – così come riferito nell’hadîth unanimemente accettato – : “Chi si occuperà di Ka’ab ibnu-l-Ashraf? Ha offeso Allah e il Suo Profeta!”
Allora Muhammad ibnu Maslama (r) si alzò e disse: “Io, oh Messaggero di Allah! Vorresti che lo uccidessi?”.
Egli (s) rispose: “Sì…”
- fino alla fine dell’hadîth (riportato da Bukhârî e Muslim), in cui è narrata la storia della sua esecuzione, e questa uccisione avvenne senza che ci si trovasse in battaglia né in presenza di un’armata…
Ed egli era sotto contratto, dunque protetto nella sua persona e nei suoi beni. E, malgrado ciò, nel momento in cui insultò il Profeta (s) il suo patto (che prevedeva la sua sicurezza e la sua immunità) venne rotto, ed egli fu ucciso.
E questo racconto venne portato ad esempio dall’Imâm Shafi’i per provare che il dhimmi che insulti il Profeta (s) può essere ucciso e che la sua alleanza di protezione e di sicurezza è rotta.
E il dhimmi (soggetto ai Musulmani) è il Giudeo o il Cristiano che versi il tributo (jizyah) allo Stato islamico e che si sottometta alle sue leggi e che rispetti la Religione dei Musulmani e non predichi il suo shirk (politeismo) o il suo kufr (miscredenza) tra essi.
Ancor più, dunque, è lecito giustiziare colui che non abbia nemmeno stretto un patto o possieda lo statuto di dhimmi, e che insulti Allah (SWT) o il Suo Profeta (s) o la Religione dei Musulmani.
E lo stesso vale per chi sia di origine musulmana, nel caso in cui pronunci tali insulti.
Poiché, se il miscredente sotto protezione contrattuale, giudeo o cristiano o altro, viene giustiziato nel caso in cui insulti la nostra Religione o il Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam), nonostante non creda nel nostro Profeta (s) né nella nostra Religione, piuttosto sia convinto della loro falsità e non li segua, allora ancor più bisogna giustiziare colui che si reclami appartenente all’Islâm e che sappia che l’Islâm è la verità e che testimoni che Allah (SWT) è il suo Signore e Padrone e che Muhammad è il Messaggero di Allah (s), ma poi insulti Allah (SWT) o la Sua Religione di verità o il Suo Messaggero, l’Eletto Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Quinta prova:
Ciò che è stato riportato da Ash-Sha’bi da ‘Ali (r) a proposito di una ebrea che ingiuriò il Profeta (s) e che era insolente nei suoi confronti; allora un uomo la strangolò finché morì, e il Messaggero (s) lo lasciò fare e non reclamò il prezzo del sangue (riportato da Abu Dawud e altri).
Shaykh al-Islâm (Ibn Taymiyyah, che Allah abbia misericordia di lui) commentò: “Questo hadîth è buono e ash-Sha’bi incontrò ‘Ali (r) e lo riportò da lui. E anche se vi fosse un intermediario (nella catena di trasmissione dell’hadîth), ash-Sha’bi è considerato dai Sapienti come qualcuno veridico in ciò che ha riportato, e non si conoscono ahadîth mursal[2] riportati da lui senza che essi siano autentici. Ed egli è tra le persone più sapienti per ciò che concerne i racconti provenienti da ‘Ali (radiAllahu ‘anhu) e tra i suoi più grandi Compagni. E questo hadîth è (inoltre) rafforzato dal racconto di Ibn ‘Abbas (radiAlalhu ‘anhu)”
Ed egli (Ibn Taymiyyah, rahimahullah) disse: “Questo hadîth è una prova della permissibilità di giustiziare una donna che ingiuri il Profeta (sallAllah ‘alayhi waSallam), e una prova del fatto che si debba a maggior ragione giustiziare il dhimmi o il musulmano o la musulmana, se lo insultino, poiché la donna (di cui si parla nell’hadîth) era depositaria di una tregua, dato che quando il Messaggero (s) giunse a Madinah, chiamò tutti gli ebrei e coloro che vi risiedevano, ed essi sottoscrissero (il patto di alleanza) incondizionatamente e (il Profeta (s)) non applicò loro la jizyah”
Ed è risaputo che la donna miscredente è – presso i Musulmani – protetta dal fatto di essere giustiziata, a causa del suo statuto di donna, e ciò pure nel caso in cui non faccia parte né dei dhimmi né di coloro che sono sotto contratto (di sicurezza), poiché il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) vietò l’uccisione delle donne nel corso delle battaglie, a meno che esse non siano guerriere combattenti.
Apprendiamo così che colei che insulti Allah o la Sua Religione o il Suo Profeta (s) o che li ingiurii ha lo stesso statuto della combattente che muove guerra alla Religione di Allah (SWT).
E questa è anche una prova per la seconda questione, concernente “la permissibilità di giustiziare colui che insulti Allah (SWT) o la Sua Religione o il Suo Messaggero (s) da parte di un Musulmano isolato”. Nel caso in cui il governante non applichi sulla popolazione islamica il Giudizio rivelato dal sommamente Misericordioso, o nel caso in cui il governo sia nelle mani dei capi della miscredenza, tra coloro che non si preoccupano del Giudizio di Allah (SWT) od offendono il sommamente Misericordioso… ebbene abbiamo in questo hadîth (l’esempio di) un uomo che ha giustiziato questa donna da solo, senza venire (a chiedere l’autorizzazione) al Profeta (s), e quando il Profeta stesso (s) venne a conoscenza del fatto, non gli rimproverò l’uccisione di questa donna e non ordinò di pagare il prezzo del sangue, e non disse che questa azione era riservata al governante o alla sua giurisdizione, e non lo considerò come un “munkar” (atto biasimevole), non rimproverò colui che l’aveva compiuto. Piuttosto approvò l’azione e lasciò versare il suo sangue.
E lo shaykh al-Islâm (Ibn Taymiyyah, rahimahullah) ha ricordato altre prove per ciò che riguarda tale questione, e ha giustificato ciò dicendo: “E ciò poiché è obbligatorio giustiziarlo, nel momento in cui complotti contro la religione e la perverta, e ciò non è simile al caso in cui si giustizi qualcuno a causa di un peccato di adulterio o altro” (vedi riassunto di “Sarimu-l-maslul”, pag. 61)
E vi è dunque in ciò una differenza tra l’applicazione delle pene legali dei disobbedienti per quanto concerne il resto dei peccati e la pena legale di colui che proferisca propositi ingiuriosi contro il Signore dei mondi, o la Sua Religione, o sul Profeta di tutti i musulmani (sallAllahu ‘alayhi waSallam). Dunque, per quanto riguarda il fatto di giustiziare colui che insulti Allah (SWT), se si trattasse di una pena tra le pene legali, sarebbe comparabile al fatto di uccidere un combattente che muova guerra ai musulmani; ora, per ciò che concerne colui che è necessario giustiziare, “E’ permesso a chiunque di giustiziarlo” (regola di giurisprudenza enunciata da Ibn Taymiyyah, pag. 268)
Lo shaykh al-Islâm (rahimahullah) disse sullo stesso argomento: “E vi sono molte (prove) del fatto che (sia lecito) il fatto di uccidere l’insultatore (di Allah (SWT) e del Messaggero (s)) senza l’accordo preventivo dell’Imâm, benché ciò sia (secondo la regola generale) un diritto riservato all’Imâm (il governatore). Tuttavia, l’Imâm deve graziare colui che abbia applicato una sentenza obbligatoria (anche) senza il suo consenso preventivo”
Io dico: questo è un diritto riservato (al governatore) quando vi sia un Imâm che applichi sulla popolazione islamica il Giudizio derivante dalla Shari’ah del sommamente Misericordioso. Al contrario, se non vi sia un tale Imâm e il governatore faccia parte dei capi della miscredenza, che spinge la gente ad adorare la sua propria legislazione di miscredenza, allora non vi è in ciò una violazione del diritto di un musulmano – vi è invece la violazione del diritto dei Taghût (idoli) miscredenti e vani che hanno legiferato per le divinità discordanti delle loro costituzioni fabbricate.
Va dunque approvata questo genere di violazione del diritto, e me ne rendo garante, poiché questa è un’applicazione pratica del rinnegamento delle loro persone (i Taghût), così come della sconfessione delle loro leggi fabbricate.
Che ciò sia dunque facilitato e benedetto sia chi viola questo diritto.
Conseguenza:
Poiché il sangue di colui che critichi la Religione di Allah (SWT) o che insulti Allah (SWT) o il Suo Profeta (s) è lecito, la sua sentenza è quella relativa al sangue di colui che combatta i musulmani, che sia uomo o donna, e poco importa quale fosse (prima) la sua religione e la sua dottrina, e lo stesso dicasi per la sentenza relativa al suo denaro; esso appartiene a colui che lo uccide tra i musulmani.
Il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), in un hadîth riportato da Bukhârî nel suo Sahîh, disse: “Colui che uccide un combattente ottiene le sue spoglie”, e le parole “colui che uccide un combattente” significa “tra i miscredenti combattenti”, e il termine “spoglie” significa: tutto ciò che si trova col combattente quando viene ucciso, come montatura, o abiti, o cammella di razza, o armi o denaro.
Ed egli (s) non ha inteso dire: “Ciò è limitato alla situazione del combattimento nella battaglia”, poiché il testo ha una portata generale, dunque ciò è permesso sia che l’abbia ucciso in battaglia sia che l’abbia ucciso dopo averlo legato o con un trucco.
L’esempio va inteso secondo il senso generale del testo, e non conviene restringerlo alla causa. E Ibnu Hazm ha spiegato tutto ciò nella sua opera “Mahalla” e ha fugato i dubbi di colui che ha abbellito la modificazione di questa generalità (cfr. Mahalla, 7/336, domanda 955).
E ciò è confermato da quanto riportato da Bukhârî nel suo Sahîh da Salamata ibnu-l-Aquwa’ (r) che disse: “Giunse presso il Profeta (s) un “occhio” tra i mushrikîn (cioè: uno spione o agente operante al soldo dei kuffâr che combattevano la Religione di Allah (SWT) e dei musulmani). Si sedette accanto ai suoi Compagni che discutevano, poi cambiò posto. Il Profeta (s) disse allora: “Attiratelo e uccidetelo!”. (Salamata proseguì): Allora io lo uccisi. Il Profeta (s) distribuì poi le sue spoglie” (vedi Fath al-Majid 6/168).
Ciò riguarda dunque qualcuno che i Sahabah (r) uccisero e di cui presero le spoglie, e non erano né in battaglia né in guerra; piuttosto, come viene riferito in un’altra versione dell’hadîth che non è riportata da Bukhârî, lo spione venne inseguito fino al momento in cui fece accovacciare la sua cammella, e poi ucciso. Poi si diresse verso quest’ultima per portarla con sé… E sappi che questo è tra i migliori guadagni, poiché si tratta del bottino che Allah (SWT) ha reso lecito a questa Ummah contrariamente al resto delle comunità, e il nostro Profeta (s) non era né fabbro né falegname, ma era un combattente (mujahid) e il suo salario e i suoi mezzi di sostentamento provenivano da là, così com’è menzionato nell’hadîth: “Il mio rizq (fortuna, tesoro) è posto all’ombra della mia lancia” (riportato da Ahmad e Ibn Majah). Così, questo (bottino) è tra i migliori mezzi di sostentamento, poiché era il salario del nostro Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam).
E sappi che la generalità del primo racconto conferma assolutamente questo verdetto, anche se il governante musulmano è assente… E un’altra prova di ciò è quanto fece Abu Bashîr (radiAllahu ‘anhu) quando si infiltrò nella carovana dei Quraysh e i loro viaggiatori, poiché non vi era entrato con il consenso ufficiale dello Stato Islamico, e (anzi) ciò non gli sarebbe stato possibile, in virtù delle clausole presenti nel patto concluso tra il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) e i miscredenti di Quraysh.
Ciò è provato dal fatto che i Quraysh non chiesero al Profeta (s) di versare il prezzo del sangue dell’operaio ucciso da Abu Bashir (r), né lo incolparono di ciò che il Compagno (r) aveva saccheggiato dalla loro carovana e dai loro viaggiatori. In effetti la loro relazione con il Profeta (s) era in quel momento di miscredenti sotto contratto (di non belligeranza). Ma nei confronti di Abu Bashir (r) erano miscredenti combattenti, poiché essi gli davano costantemente la caccia, e avevano tentato di catturarlo e ucciderlo.
E riguardo a ciò troviamo nel Bukhârî un riassunto inglobante la storia del patto di Hudhaybiyyah. Lo puoi trovare nel “capitolo delle condizioni”, sottotitolato “condizioni del Jihâd e degli accordi col nemico” (Sahîh Bukhârî 5/329).
E in questa sua storia (che Allah sia soddisfatto di lui) vi è un altro interesse maggiore: il fatto che vi è qui una regola importante che occorre osservare in tali situazioni: cioè che il pregiudizio è ricaduto solo su di lui tra tutti i musulmani. Dunque, ciò che fece Abu Bashir (r) non venne imputato al Profeta (s) o ai suoi Sahabah (r) e non portò pregiudizio al gruppo dei musulmani.
Per questo, occorre analizzare la bilancia degli interessi (mizanu-l-massalih) e quella dei danni (al-maffasid ash-Shari’ah), ossia la scelta del momento e le opportunità presenti, e se occorra davvero fare ricorso ad un gruppo, o ad uno stratagemma e ogni altro mezzo legiferato nei confronti dei miscredenti che ci combattono. Il Muwahid (monoteista) alla nostra epoca è una merce preziosa e un oggetto raro. Non dobbiamo permettere l’effusione del suo sangue in cambio del sangue di un solo porco. Conviene dunque essere avari per ciò che è più grave e che è una maggiore angheria verso i nemici. Nella biografia dell’Eletto (s) vediamo che la sua considerazione aumentava in questo genere di questioni.
E (anche per quanto riguarda) colui che è debole, in un caso simile, non gli è permesso di sedersi, né di mangiare, né di essere sorridente di fronte all’insultatore. Piuttosto, è obbligatorio disapprovarlo con la parola se non può farlo con l’azione, e se anche la sua lingua è debole deve far apparire (almeno) la sua collera sul viso e impallidire (di rabbia) per affliggerlo, e allontanarsi da lui per timore di finire per assomigliargli, poiché Allah (SWT) dice:
Certamente nel Libro è già stato rivelato: “Quando sentite che vengono smentiti o sbeffeggiati i segni di Allah, non sedetevi con coloro che fanno ciò, fino a che non scelgano un altro argomento, altrimenti sareste come loro”. In verità Allah radunerà tutti gli ipocriti e i miscredenti nell’Inferno (Corano IV. An-nisâ’, 140)
NOTE
(1) Ka’ab al-Ashraf appartenenva ad una tribù ebraica che aveva stretto un accordo di “non belligeranza” con il Messaggero di Allah (s)[1]
[2] Mursal: termine indicante un hadîth –detto del Profeta (s) – “riferito, trasmesso”, quando l’anello iniziale della catena dei trasmettitori sia rappresentato da un Seguace (Tabi’i), e manchi il collegamento con il Messaggero (s) o un testimone diretto.





